Di Elena Barbaglio

Paolo Pellegrin in mostra a Venezia: quando bellezza e dolore convivono

Come possono immagini di così grande bellezza rappresentare tanto dolore? Quanta delicatezza e rispetto riescono ad esserci nel narrare temi così complessi e forti?

Queste le prime domande che mi sono posta di fronte alle immagini del fotografo Paolo Pellegrin, in mostra alle Stanze della fotografia sull’isola di San Giorgio a Venezia, iniziativa congiunta di Marsilio Arte e Fondazione Giorgio Cini, in prosecuzione del percorso riguardante la fotografia nella città lagunare inziato nel 2012 alla Casa dei Tre Oci.

Immagine di Paolo Pellegrin: Tiro, Libano 2006

Civili arrivano a Tiro dopo essere fuggiti dai loro villaggi nel Sud del Libano durante i raid aerei israeliani.

Tiro, Libano 2006. © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

«L’orizzonte degli eventi, nella fisica, è la zona teorica che circonda un buco nero, un confine oltre il quale anche la luce perde la sua capacità di fuga: una volta attraversato, un corpo non può più andarsene, se oltrepassa quel limite scompare del tutto dalla nostra vista» spiega Annalisa D’Angelo e si legge all’ingresso della mostra. «Nella sua lunga carriera di fotografo, Pellegrin tenta più volte di oltrepassare l’orizzonte, di entrare nel buco nero della storia, provando a superare gli ostacoli. E il suo mezzo per oltrepassare l’orizzonte e uscire idealmente dal buco nero è la fotografia, intesa come tramite, come un ponte ideale in un rapporto in cui lo spettatore gioca un ruolo fondamentale».

Del resto la fotografia è scrittura di luce e non potrebbe stare all’interno di un buco nero, le immagini vengono sottratte al buio per mostrare  guerre e disastri naturali, episodi di razzismo, situazioni varie ma sempre difficili. La fotografia si fa testimonianza, ma non semplice documentazione, perché è sempre questione di scelte e punti di vista, per cui gli eventi reali entrano nella nostra memoria, o la risvegliano, attraverso il pensiero, non il giudizio,  dell’autore.

Tre le opere più affascinanti e toccanti l’immagine che ci accoglie: una bambina sta per attraversare un varco oltre il quale non possiamo vedere nulla, c’è solo il buio. Cosa la aspetterà oltre quella soglia? Dove si starà dirigendo? Il suo nome è Angelina ed è di etnia rom, la fotografia è stata scattata a Roma, ma l’immagine si fa universale. Pochi elementi, suggestioni intense di luci ed ombre, che lasciano spazio a moltissimi pensieri e domande… come sempre fanno le fotografie di Pellegrin.

Immagine di Paolo Pellegrin, Roma, Italia 2015

Angelina gioca a casa di sua nonna Sevla.

Roma, Italia 2015. © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

Intime le immagini delle ragazze nigeriane rapite nel 2014 e sopravvissute alle violenze e agli stupri dei miliziani delle bande jihadiste di Boko Haram: dettagli, frammenti di volti, occhi colmi di sofferenza e paura, che compongono un quadro dalle tinte leggermente cangianti a cui ci si avvicina con timore e delicatezza, come se si entrasse in uno spazio sacro.

Immagine di Elena Barbaglio alla Mostra di Paolo Pellegrin che ritrae una seduta di Counseling presso Neem

Una seduta di Counseling presso Neem, un’organizzazione che offre supporto psicologico alle vittime di Boko Haram. Maiduguri, Nigeria 2017

Scattata alla mostra da Elena Barbaglio © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

E poi i temi della violenza e del razzismo negli Stati Uniti, che hanno suscitato ancora più indignazione nel mondo in quanto perpetrati dalla polizia, lo Tsunami in Giappone del 2011 con tutte le sue conseguenze sul piano umano e ambientale, gli incendi in Australia tra il 2019 e il 2020, la battaglia di Mosul, i rifugiati a Lesbo, lo sciogliemento dei ghiacci, il conflitto in Ucraina…e tanto altro.

In conclusione del percorso la calma della Svizzera, in cui Pellegrin abita con la famiglia, durante il periodo del lockdown, un momento di pausa per un fotografo che vive spostandosi velocemente tra le storpiature del mondo, immagini che invitano alla lentezza dello sguardo, ad andare oltre la superficie.

L’ultima fotografia è ancora, come la prima, una bambina, la figlia Emma, che corre in un prato, di spalle, verso il futuro, aprendo uno spiraglio alla speranza.

Immagine di Paolo Pellegrin, Château d’Oex, Svizzera

Emma corre in un campo davanti alla fattoria.

Château d’Oex, Svizzera. © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

I linguaggi, gli stili, i tagli, sono diversi, funzionali alla tematica che viene raccontata, non prevalgono mai sul contenuto e spaziano dal bianco e nero al colore, dalle piccole alle grandi dimensioni.

L’allestimento è leggero, essenziale ed elegante, capace di valorizzare al massimo le opere esposte.

 

In conclusione

La mostra è quindi un viaggio lento e profondo all’interno di un mondo che ci riguarda, anche quando può apparire lontano, e contiene, anche se a volte prossimo alla morte, così tanta vita da arrivarci in modo prepotente.

Immagine di Paolo Pellegrin, Ras Jdir, Tunisia, 2011

Persone in fuga dalla Libia durante gli scontri tra ribelli e forze pro-Gheddafi. Passaggio di frontiera a Ras Jdir, nei pressi di Ben Guerdane.

Ras Jdir, Tunisia 2011 © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

Informazioni

Mostra: L’orizzonte degli eventi

Date: Fino al 7 gennaio 2024

Città: Venezia, Isola di San Giorgio

Sede: Le Stanze della Fotografia

Curatori: Denis Curti, Annalisa D’Angelo

Una immagine della mostra di Paolo Pellegrin a Venezia

La mostra

© Matteo De Fina

Brevissima biografia

Paolo Pellegrin, romano, classe 1964, è uno dei più noti fotografi a livello internazionale, pluripremiato, basti ricordare la “Robert Capa Gold Medal” (2006) e gli 11 World Press Photo, collaboratore di diverse testate giornalistiche.

I suoi scatti raccontano un mondo in guerra, con gli altri e con la natura, e ci immergono da una parte nella memoria e dall’altra nella contemporaneità, spesso narrando eventi tragici di fronte ai quali non possiamo chiudere gli occhi. Il racconto è sì denuncia, ma avviene con la giusta di distanza, con senso di responsabilità e con un rispetto che emerge sempre in modo evidente.

Come arrivare e cosa (altro) vedere

Prendendo il vaporetto si lascia la caotica piazza San Marco per raggiungere la quiete dell’isola di San Giorgio, superando la chiesa omonima (Andrea Palladio e Vincenzo Scamozzi, 1566-1610), dove è d’obbligo una tappa per visitarne gli spazi ed ammirare, oltre ai dipinti del Tintoretto, la suggestiva installazione Belonging dell’artista austriaca Helga Vockenhuber (fino al 26 novembre 2023), si arriva alle Stanze della Fotografia. Nella vicina abbazia benedettina è possibile anche visitare il padiglione della Santa Sede per la Biennale 2023 , sul tema del prendersi cura del pianeta e dell’incontro, mentre nelle stesse Stanze della fotografia la visita può proseguire con le  fotografie leggere e fiabesche della mostra  “Pino Settanni. I tarocchi”, entrambe le esposizioni sono aperte fino al 26 novembre.

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